di Dino Molinari
L’avventura di Pace è vissuta all’interno della propria vicenda personale, portando costantemente i segni di una fatica e di una soggettiva compromissione. Nonostante le digressioni, le varianti, le sperimentazioni policentriche, rientra sempre, nel perimetro di se stesso e la sua storia non è che un unico viaggio intorno alla propria stanza, un’esperienza totalmente cresciuta dal di dentro.
La misura di Pace coincide con la propria rarefazione-, per cui non sembri arbitrario porla nell’ottica della parabola del “soffiatore di vetro”, al quale Goffried Benn affida l’immagine-simbolo dell’artista creatore dell’effimero e dell’inesistente. Il soffiatore di vetro è il plasmatore di forme suscitate dal nulla, toccate dalla perfezione della propria inconsistenza. Per questa condizione Goffried Benn ne fa un valore assoluto, emblema della vita stessa che non ha senso e che non ha neppure esistenza, in una realtà che mostra i segni della disgregazione e della rovina.-” Il fluido incandescente del vetro e quindi il colpo di cannula, un respiro- e poi le fragili pareti, avvolte solo da una trama d’ombra e luce. Forse che tutto non è altro che suono su cui, giocando, andiamo in cerca di dei? “…Tu ti ritrai fra le ombre, ma qualcosa di te rimarrà ancora. E se anche nel tuo caso non si tratta che di vasi e di vetri che il tuo soffio distacca, non dei profondi rilievi e delle fughe di figure, se anche nel tuo caso si tratta solo di pezzi fragili, pure soffermati anche tu nel paese in cui ti traggono i tuoi fragili sogni e in cui tu esisti per portare a perfezione, in silenzio, le cose che ti sono state affidate”

questo motivo le opere d’arte sono rare e vediamo nelle trecento gallerie di Milano quasi sempre opere buttate giù con gran fretta, superficiali,inutili e forse dannose. Perchè accade oggi questo fenomeno? Credo che il fenomeno sia dovuto soprattutto al fatto che soltanto in questi anni è giunta a conoscenza della “massa” la pittura impressionistica e post-impressinistica ” fin de siècle”. E’ la prima volta in vita mia che scrivo la parola “massa”, vocabolo che detesto perchè facciamo parte di un popolo, non di una massa. L’ho usata per tentare di essere capito meglio dal paziente lettore. Tornando a Carlo Pace, le sue opere anzitutto hanno buon gusto, poi accordi cromatici bene azzeccati, a volte ottimi, infine il lodevole tentativo, coronato da successo, di comporre in maniera equilibrata e gradevole. Mi pare che le opere più significative siano quelle con composizioni più ampie e semplici. Un altro carattere o meglio pregio, delle opere esposte è la cosidetta ambiguità o ambivalenza di genere (tanto di moda oggi). Le figure umane si vedono e non si vedono nel groviglio dei colori e delle forme che, oltre tutto hanno sapore “liberty”. In conclusione, questa mostra è gradevole e meritevole.
